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Quella mattina mi ero svegliato come sonnambulo, incerto tra il sonno e la veglia. Il vano era ancora soffuso di una luce tetra; sul comodino risaltava la pasticca che la sera prima non avevo preso: scorgerla era quasi una rievocazione dei malanni. Non volevo rimembrare — volsi lo sguardo altrove, con stizza e disgusto, verso l'apertura che rimandava una luce non ancora formata, ambigua. Le palpebre ancora socchiuse, perché la nebbia è immagine del crepuscolo, di ombra e chiarore. Mi sforzai per raccapezzarmi. Brancolando. Le pareti giallo canarino per il fumo raggrumato come sangue avvizzito. Mi aggiravo come salamandra bicolore. Toccando le ante dell'armoire ereditato, che non volli mai vendere neppure all'occorrenza, gli stipiti, i cassoni di noce scura, il comò ammaccato, la consolle appena comprata dal rigattiere che conduceva un negozio all'incrocio di due viali alberati. Qualcosa che non sapevo mi abbacinava. Il mio sentire era solo tattile, quello del proteo. Mi allungai sul materasso — l'impressione era di essere stato abbandonato in balia dell'assopimento. Mi ridestai, ma già sovrastava il tenebrore. Fuori le prime stille martellavano sulla piastra che schermava la pensilina su cui si annodavano tralci di glicine fragrante. Il cielo si rabbuiava; anche i cirri filamentosi tendevano al turchino. Mi stravaccai sulla poltrona fumando l'ultima cicca. Prima di appisolarmi — mi abbacinava l'effigie di una madama con il cagnolino in grembo.